1811

L’importante ruolo dell’allenatore

Al giorno d’oggi, la maggior parte dei tecnici sportivi riconosce l’importanza, svolta dalla componente psicologica nel favorire la massima espressione delle capacità di ogni atleta.

Purtroppo, a volte, la mancanza di competenze specifiche e di consapevolezza delle proprie modalità di funzionamento personale, proprio da parte della figura dell’allenatore, rischiano di compromettere il raggiungimento degli obiettivi, indipendentemente dal livello sportivo in cui si opera.
Di fatto, l’allenatore è responsabile non solo del programma di allenamento che svolge, delle valutazioni che effettua, della gestione tecnico-agonistica, degli aspetti organizzativi connessi all’attività, ma anche, e assolutamente non per ultimo, della salute e del benessere fisico e psichico dell’atleta.

Essendo quest’ultimo aspetto così rilevante, che cosa deve fare un buon allenatore per tutelare questo stato di benessere?
GettyImages-554392719-593x443Innanzitutto, non appena un ragazzo si avvicina alla pratica del tiro con l’arco, deve essere attento e tenere conto di alcuni aspetti che fin da subito possono rivelarsi indicatori importanti di lavoro, quali la corrispondenza fra età cronologica e maturazione fisica e psichica, per non correre il rischio di generalizzare e di non vedere veramente dove l’atleta si posiziona. Oppure, ma parimenti importante, il livello di abilità reale dell’atleta, per evitare di dare per scontato che possa arrivare ad un dato livello, almeno non subito, psicologia e correndo il rischio di farlo incorrere in situazioni frustranti e demotivanti. Deve avere ben presente la condizione atletica, se atta a raggiungere subito determinati obiettivi o solo dopo un’adeguata preparazione fisica, in grado tra l’altro di fornire delle sensazioni di maggiore capacità e padronanza. E inoltre deve tenere conto degli obiettivi ludici, sportivi, sociali dell’atleta stesso, per potersi eventualmente allineare con essi e sfruttarli al meglio.
In poche parole, deve essere in grado di valutare le differenze individuali dell’atleta, che possono caratterizzare il raggiungimento, o meno, degli obiettivi. L’allenatore, nel momento in cui terrà conto delle differenze, accettando i limiti e le modalità individuali, favorirà la consapevolezza negli atleti di poter migliorare non solo la propria performance tecnica, ma anche la capacità di affrontare la particolare situazione sportiva con determinazione e fiducia nei propri mezzi.

Un altro aspetto fondamentale, per un buon allenatore, è la capacità comunicativa.
Una comunicazione per essere efficace e produttiva deve avere determinate caratteristiche:
un uso frequente di feedback positivi (“sei bravo, ce la puoi fare, stai migliorando”), avere delle aspettative realistiche (se si trasmette all’atleta un’aspettativa di difficile raggiungimento si corre il rischio di farlo incorrere in frequenti insoddisfazioni che portano spesso, irrimediabilmente, all’abbandono dell’attività), fornire dei feedback positivi e di sostegno a comportamenti dell’atleta (“hai gestito bene la gara, il tuo comportamento rispetto alla squadra è quello giusto”), premiare l’impegno tanto quanto il risultato (“apprezzo molto l’impegno che hai messo per preparare questa gara, anche se non hai vinto. Questa è la strada giusta!”).
Naturalmente però, le cose, non vanno sempre bene e nella giusta direzione e, quindi, è necessario sapere come comportarsi anche in questi casi, ad esempio quando ci si trova di fronte a degli errori da parte degli atleti. L’allenatore dovrà allora ricorrere ad un tipo di comunicazione più produttivo, incoraggiando l’atleta subito dopo aver commesso l’errore ed eventualmente, nel caso sappia come correggersi, incoraggiarlo a farlo, dovrà fornire un’istruzione correttiva positiva, non fornire punizioni, non fornire istruzioni tecniche o correttive in modo ostile o in termini negativi. Dovrà insomma comportarsi un po’ come ci si comporta con i bambini quando, anche se hanno fatto un danno, si cerca di dargli indicazioni per non farlo più piuttosto che arrabbiarsi e dirgli che non sono capaci o, nel caso di un atteggiamento ancora più duro, punirli.  E questo nonostante i nostri atleti non siano decisamente più bambini o alle prime armi.

Per quanto riguarda invece l’atteggiamento da tenere per creare un’atmosfera propizia all’apprendimento, è importante che l’allenatore si impegni a fissare degli obiettivi, per i propri atleti, che siano realistici e raggiungibili (non ha senso dargli come obiettivo l’Olimpiade!), ma non troppo facili (non ha senso neanche fargli fare degli scontri con atleti nettamente inferiori), che procedano per tappe progressive, che siano chiari e ben definiti.
Deve inoltre fornire le istruzioni in modo comprensibile e paziente, dando sempre l’impressione di un reale interesse per il lavoro che l’atleta svolge.

Insomma, l’allenatore ha un compito importantissimo e difficile, non deve mai dimenticare di dimostrare ai propri atleti che è interessato a loro come persone, deve assicurarsi che non si sentano inutili o perdenti dopo un esercizio e li deve aiutare a non identificare mai il loro valore personale con la prestazione, per non correre il rischio di avere persone che sentono di non valere niente per il fatto di aver fatto male una gara.
Seguendo queste indicazioni l’atleta viene sicuramente messo nelle condizioni di sfruttare al meglio le proprie risorse, ma poi all’allenatore chi ci pensa? Sicuramente, quando gli atleti sentono un clima favorevole, sono in grado di ripagare tutti gli sforzi profusi sia in termini di risultati ma anche, e soprattutto, in termini umani e di riconoscimento.
Quando l’allenatore ha chiaro il messaggio che trasmette, incoraggia gli atleti ad esprimersi liberamente e
senza timori, è attento ai bisogni individuali, avrà dall’altra parte qualcuno che lo ripaga senza remore.
E questo, sia per il tecnico che per l’atleta, è il terreno più fertile su cui poter costruire qualcosa di buono.

A cura di Annalisa Avancini, psicologa dello sport – Fonte: www.avanciniannalisa.it